Breve e intenso

Il sole era appena venuto fuori in quella fredda mattina di un mese fa, quando al suono della prima campanella entrammo nei cancelli della scuola con le solite espressioni assonnate sul viso. Era un sabato e c’era chi già pensava all’uscita della sera, a qualcosa di particolare da fare o alle feste in discoteca da cui si rientra tardi.

Eravamo pochi in aula quando arrivò la prof di matematica con il suo pacato sorriso sulle labbra e le sue quotidiane richieste così, dopo l’appello, subito il titolo del nuovo argomento, un disegno e delle formule scritte rapidamente alla LIM.

 

Due colpi alla porta ci impedirono di continuare la lezione. Era un’amica di una nostra compagna di classe che, con un’inconsueta fretta, chiedeva alla prof il permesso per farla uscire dall’aula; così dopo che la nostra amica la raggiunse fuori, lei rientrò in classe e, senza dare spiegazioni, prese il suo cellulare.

Riuscii a guardare poche persone, ma intuii che era accaduto qualcosa di molto serio. Inquieta, la prof aprì la porta e noi ci trattenemmo incollati al nostro posto. Dopo pochi secondi rientrò con gli occhi pieni di lacrime e timorosi aspettammo solo una risposta. Quando ci fu data, il silenzio.

Era stato uno schianto frontale nella notte a spezzare le vite di due ragazzi, il più giovane, poco più grande di noi, aveva avuto una recente relazione con la nostra compagna. Era stato esattamente come quando un bicchiere scivola dalle mani, non hai il tempo di impedirlo, perché è già sgretolato a terra in tanti pezzi.

Era successo tutto così velocemente e improvvisamente che ricordo ancora molto bene la confusione del momento: c’era chi piangeva, chi aveva lo sguardo perso in un punto fisso, chi cercava qualche articolo per chiarire l’avvenimento, chi leggeva post sui social e chi, per rabbia, prendeva a pugni il muro. Dopo che non era più rientrata in classe, dalla finestra dell’aula che affaccia sui cancelli d’ingresso, riuscii a vedere per un breve istante la nostra compagna, abbandonata tra le braccia del padre in un pianto così naturale che ne ho ancora un ricordo nitido.

Le ore successive furono riempite solo da un assordante silenzio e da qualche parola di conforto che noi rifiutavamo di ascoltare. Non volevamo credere alla realtà, non c’era una voce che potesse mettere fine a quell’unica domanda:“perché?”. Poteva capitare a chiunque, poteva esserci qualunque persona in quell’auto, anche il cugino, che quella mattina era assente all’appello della prof e solo dopo capimmo il motivo. Sentivo le mani gelide e i brividi lungo la schiena, di quelli che arrivano quando si è tesi e pure un po’ turbati, di quelli che poi si sciolgono in fredde goccioline e neanche te ne accorgi. Questo mi faceva pensare ancora di più alla circostanza: quello che sembrava così lontano era diventato improvvisamente parte della nostra storia e ancora non ce ne rendevamo conto.

 

Ritornai a casa per ora di pranzo e nel momento in cui mia mamma aprì la porta, tirai un sospiro di sollievo che si trasformò, subito, in un necessario bisogno di piangere. In testa avevo un tale disordine che non mi permise di scambiare molte parole, non ero serena e per l’intera giornata sentii dentro questo strano scompiglio. Nei giorni successivi, mi capitò spesso di ripensare a quanto fosse accaduto, ma non trovavo altra spiegazione oltre al fatto che dovesse trattarsi di un segno del destino, qualcosa che doveva succedere e non si poteva evitare.

 

Oggi ancora ci penso ma buttare giù qualche riga su questa pagina mi ha aiutato a capire che la vita deve andare avanti perché il tempo a disposizione è una questione di continui alti e bassi, di sorrisi regalati e di silenziosa nostalgia, di occasioni perse e di attimi fuggenti, di attese per un futuro e di sveltezze per il presente; e anche se non è molto  possiamo comunque renderlo intenso e ricordarci che quando la vita ci sembrerà domani, è tutta quanta oggi, è tutta quanta adesso.

 

Maria Fiorillo


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